Capital Gain

Capital gain è un’espressione finanziaria, che letteralmente significa guadagno da capitale e che si traduce spesso con guadagno in conto capitale. Si tratta della plusvalenza ottenuta dall’investitore, grazie alla differenza di prezzo di un titolo tra il momento della cessione sul mercato o del suo rimborso alla scadenza e quello di acquisto o di emissione.

Si ottiene tipicamente una plusvalenza, quando si acquista un pacchetto azionario a un prezzo X e lo si rivende successivamente a un prezzo Y superiore. In quel caso, al netto dei guadagni ottenuti dal possibile percepimento dei dividendi pro quota, l’azionista ricava un utile. Esempio, compro 1.000 azioni della società Alfa a un prezzo cadauno di 1,50 euro e le rivendo dopo 3 mesi a un prezzo cadauno di 2,00 euro. Il mio capital gain è dato dalla seguente differenza (1.000 x 2,00) – (1.000 x 1,50) = 2.000 – 1.500 = 500 euro.

Si ottengono capital gain anche con la compravendita di obbligazioni, titoli di stato, altri strumenti finanziari. Nel caso di un bond, ad esempio, si calcola come sopra la differenza tra il prezzo di rivendita del titolo o di rimborso alla scadenza e quello di acquisto sul mercato secondario o di emissione. Se compro un’obbligazione sotto la pari, poniamo a 95, e attendo la scadenza, quando il titolo mi sarà rimborsato a 100, il mio guadagno in conto capitale è stato pari a 100 – 95 = 5.

Per fare in modo di essere formalmente dinnanzi a un capital gain, è necessario che la cessione di un titolo o partecipazione avvenga a titolo oneroso. Di conseguenza, la donazione e la successione, non costituendo cessioni a titolo oneroso, non danno origine a un guadagno in conto capitale.

I capital gain non sono trattati dappertutto in maniera omogenea da un punto di vista fiscale. In alcuni paesi, il trattamento è molto favorevole e, addirittura, questi guadagni non vengono nemmeno tassati, al fine di incoraggiare gli investitori a puntare sui loro mercati finanziari. In Italia, la disciplina si è evoluta negli anni, ma sempre più nella direzione di aumentare il peso della tassazione. Fino al 2007, i capital gain conseguiti da persone fisiche, attraverso la cessione di partecipazioni non qualificate o di altri titoli non azionari, erano soggetti a un’aliquota del 12,50%, elevata successivamente al 20%. Dall’1 luglio del 2014, l’aliquota è salita ulteriormente al 26%, in linea, se non superiore, rispetto alla media europea.

La cessione di partecipazioni qualificate sottopone il 49,72% del capital gain maturato a tassazione ordinaria.

Esistono tre regimi di risparmio per il trattamento dei capital gain. Il primo è quello della dichiarazione, in cui il cliente di una banca o SIM, società di intermediazione mobiliare, procede autonomamente sia ad effettuare gli investimenti, sia agli adempimenti fiscali. Chi opta per questo sistema deve riportare nella dichiarazione dei redditi le plusvalenza o le minusvalenze realizzate. Le plusvalenze sono redditi soggetti a tassazione separata e, quindi, non si sommano altri altri redditi di natura diversa riportati nella dichiarazione. L’imposta, come dicevamo, è attualmente del 26%.

Nel regime del risparmio amministrato, il cliente effettua personalmente gli investimenti, ma delega alla banca o alla SIM gli adempimenti fiscali. Quest’ultima agisce in qualità di sostituto d’imposta.

Infine, nel regime del risparmio gestito, il cliente delega alla banca o SIM sia l’attività di gestione dell’investimento, sia gli adempimenti fiscali.

Chi ha optato per il regime della dichiarazione riceve i proventi della vendita di titoli al lordo delle imposte, essendo un suo onere calcolare l’imposta e versarla al Fisco. Per chi sceglie il regime del risparmio amministrato, invece, è la banca o la SIM a prelevare l’imposta e a versarla al Fisco, per cui si riceverà il provento derivante dalla cessione dei titoli, al netto delle imposte. L’adempimento è effettuato dal sostituto d’imposta con cadenza mensile.

Con il regime del risparmio gestito, l’intermediario addebita l’imposta sulla plusvalenza realizzata nell’anno alla fine di quest’ultimo, calcolando i prezzi dei titoli sulla base del loro valore l’ultimo giorno dell’esercizio.

Quanto alle minusvalenze registrate nel periodo d’imposta, esse possono essere compensate fiscalmente solo nei quattro periodi d’imposta successivi, successivamente ai quali, se la plusvalenza realizzata non è stata in grado di compensare la minusvalenza, l’importo residuo va perduto.

Andando oltre al sistema fiscale italiano, ciò che rileva è che i capital gain sono utili sottoposti a tassazione. L’attuale incidenza del fisco è relativamente elevata, specie in relazione al recente passato, quando risultava anche più che dimezzata rispetto ai livelli attuali.

Ogni paese, nel momento in cui sceglie se e quanto tassare questi proventi, si trova a un bivio, allettare gli investitori con una fiscalità leggera, ma rischiando di incentivare l’investimento speculativo al posto della produzione, oppure tassare in maniera più pesante, ma avendo come conseguenza un minore volume di investimenti e rendendo meno efficiente il mercato dei capitali.

Dopo tutto, i capital gain restano la molla principale, che incanala un elevato grado di liquidità verso chi ne ha bisogno, per cui dovrebbero essere guardati con meno disappunto di quanto non avvenga spesso.