Scritture di Assestamento – Guida

In economia aziendale si definiscono scritture di assestamento le operazioni effettuate al termine dell’esercizio sul conto economico e lo stato patrimoniale, in quanto il loro valore non può essere noto prima.

Per capire meglio di cosa parliamo, dobbiamo partire da un punto fermo, le operazioni contabili mirano alla formazione del bilancio di esercizio, grazie al quale potranno essere noti i valori derivanti dalla gestione nell’esercizio. Le scritture di assestamento applicano tutta una serie di criteri di valutazione alle operazioni contabili, al fine di determinare la competenza degli elementi positivi e quelli negativi per il risultato di esercizio, sia esso un utile o una perdita, oltre che per la determinazione del patrimonio di funzionamento.

Esistono quattro tipi di scritture di assestamento, scritture di completamento, di integrazione, di rettifica e di ammortamento. Analizziamo senza alcuna volontà esaustiva ognuna. Le scritture di completamento sono operazioni che completano quelle precedenti, in quanto non erano state ancora registrate. Le variazioni hanno origine dalle modifiche nella consistenza di alcuni valori finanziari, quali il denaro di cassa, il conto corrente bancario o postale, i crediti verso i clienti. Tra questi, per esempio, troviamo gli interessi maturati sul conto corrente, gli interessi maturati verso clienti e fornitori, il TFR maturato nell’esercizio. Per quanto riguarda i crediti, possono distinguersi tre casi.
Credito certamente esigibile, che viene iscritto a bilancio al valore nominale.
Credito dubbio, per cui si iscrive a bilancio solo parzialmente, per il resto bisogna attivare un fondo rischi o svalutazione crediti.
Crediti certamente inesigibili, che devono essere eliminati dal bilancio, riportandone la perdita se il credito era sorto nell’esercizio stesso, la sopravvenienza passiva, se era sorto in un altro esercizio.

Le scritture di integrazione sono componenti di reddito che si tradurranno in una manifestazione finanziaria in un esercizio futuro, ma che sono di competenza dell’esercizio in esame. Trattasi di ratei atti o passivi, crediti o debiti da liquidare, fondi rischi e fondi per oneri futuri. A questo proposito, i ratei sono valori finanziari, che corrispondono a quote di costi o ricavi, la cui manifestazione finanziaria sarà posticipata, ma che sono di competenza dell’esercizio, in proporzione al tempo maturato. Esempio, un’azienda emette un’obbligazione per il valore nominale di un milione di euro e con cedola annua del 5%. Ciò significa che ogni anno l’azienda dovrà sborsare 50.000 euro, ma a ciascuna scadenza. Se le cedole maturano ogni 31 marzo, significa che nell’esercizio di emissione, il debito verso gli obbligazionisti ha pesato per i 3/4 del tempo totale, da aprile a dicembre, per cui bisogna registrare in esso un rateo passivo di 37.500 euro. Trattasi di un debito, quindi, che non si è manifestato in forma finanziaria, ma che anticipa un esborso di competenza nell’anno successivo, quando saranno pagati agli obbligazionisti 50.000 euro, di cui 37.500, appunto, relativi all’esercizio precedente. Lo stesso ragionamento vale per fatture da ricevere e da emettere, che fanno riferimento a operazioni già avvenute, ma per le quali non sono stati emessi i relativi documenti, necessari per la successiva contabilizzazione. Se ho venduto una partita di merce a un cliente per 100.000 euro il 20 dicembre dell’anno, ma non ho ancora emesso la fattura, in quanto differita, il pagamento mi arriverà a gennaio dell’anno successivo, ma il ricavo è di pertinenza dell’esercizio precedente. Lo stesso dicasi per il caso di acquisti di merci o servizi da fornitori, i quali non hanno ancora emesso la relativa fattura, il costo è di pertinenza dell’esercizio, anche se verrà sostenuto finanziariamente nell’esercizio successivo.

Le scritture di rettifica rinviano al futuro costi e ricavi, pur essendosi già manifestati finanziariamente. Tra queste rientrano le rimanenze di magazzino, per le quali occorre una loro valutazione sulla base dei criteri adottati dall’azienda, metodo LIFO, FIFO o del costo medio ponderato. Si tenga conto che i criteri non possono essere mutati arbitrariamente di esercizio in esercizio, se non tramite giustificazione nella nota integrativa e riportando nel bilancio medesimo i valori che si sarebbero ottenuto con il mantenimento dei criteri precedenti. Troviamo anche i risconti attivi e passivi, ovvero incassi o esborsi anticipati, rispetto alla competenza dei ricavi e dei costi. Esempio, pago ogni luglio 12.000 euro per il canone di locazione di un capannone, relativamente ai 12 mesi successivi. Si ha di fatto un risconto attivo di 6.000 euro, in quanto abbiamo versato nell’esercizio 12.000 euro, di cui la metà relativi all’esercizio successivo.

Infine, le scritture di ammortamento, che altro non sono che un procedimento contabile, con cui il costo per l’acquisto di un bene o un servizio viene ripartito tra più esercizi sulla base del suo concorso alla produzione di ciascun anno. L’art.2426 del Codice Civile stabilisce che l’ammortamento deve essere sistematico, per evitare che esso venga impiegato in maniera accelerata o rallentata. Per stabilire su quanti esercizi dovrà essere spalmato il costo, interviene il calcolo del tasso di obsolescenza del bene medesimo. Per esempio, se un macchinario impiegato per la produzione viene acquistato nell’anno 0 e l’azienda sa che mediamente esso può avere una durata economicamente valida per 10 anni, il suo costo viene spalmato in 10 anni, a quote costanti o decrescenti, a seconda del criterio adottato.