Cfd – Contratto per Differenza

Cfd è una sigla che sta per Contract for Difference, ovvero Contratto per differenza. Contraddistingue i contratti il cui valore è determinato dai prezzi di un’attività sottostante e le cui parti si impegnano a regolare alla scadenza tra di loro le variazioni accusate dei prezzi e intervenute dalla data di apertura e quella di chiusura dei contratti stessi. L’acquirente realizza un guadagno, quando il prezzo dell’attività sottostante cresce nella fase di apertura del contratto, mentre accusa una perdita, quando esso diminuisce. Nel primo caso, infatti, il venditore gli dovrà corrispondere la differenza, mentre nel secondo sarà esso a dovere erogare alla controparte la differenza di prezzo.

I Cfd sono, quindi, strumenti derivati, che consentono agli investitori di realizzare un guadagno dalla scommessa al rialzo, posizione long, o al ribasso, posizione corta o short, su un titolo o un indice e hanno spesso una valenza speculativa.

I Cfd non sono ammessi in tutti gli stati, come per esempio negli USA, dove di recente la Sec, Securities and Exchange Commission, la Consob americana, ha imposto restrizioni sugli strumenti derivati relativi alle contrattazioni over the counter, ovvero all’esterno dei mercati regolamentati.

Questo tipo di contratti è nato a Londra agli inizi del Novecento e spesso con la finalità di sfuggire all’imposta di bollo sulle transazioni finanziarie. Presenta diversi vantaggi, uno dei quali è dato dal leverage o effetto leva. Si tratta della possibilità per l’investitore di puntare solo una parte del capitale che si sta investendo, in modo da minimizzare l’esborso di liquidità. Ciò gli consente di potere diversificare il portafoglio degli investimenti più di quanto potrebbe, se dovesse puntare l’intera somma relativa all’esposizione.

L’investitore deve versare un margine iniziale, che generalmente ammonta al 3 o 30% del valore complessivo dell’investimento per il caso di azioni, allo 0,5 o 1% per il caso di indici, valute e materie prime. Il margine può essere variabile, ovvero legato al prezzo di mercato dell’attività sottostante, con la conseguenza che quando questo scende e intacca il margine minimo richiesto, esso deve essere reintegrato entro un termine prefissato. Ciò avviene per garantire che il mercato dei derivati si mantenga liquido e che un’eventuale inadempienza non si trasmetta a catena su tutti i pagamenti, facendo saltare il banco.

Per questo, poi, i Cfd sono negoziati con la mediazione delle cosiddette stanze di compensazione o clearing house, la più importante delle quali a Londra si chiama Lch Clearnet e che fungono da controparte per ogni parte del contratto.

L’effetto leva, dicevamo, consente di investire anche parecchio denaro con un minimo esborso, ma presenta il rischio, specie per il piccolo investitore, di sottovalutare i rischi. Non tutti comprendono nell’immediato, infatti, che si resta esposti fino alla chiusura del contratto non per la cifra depositata come margine, ma per il capitale puntato.

Facciamo un esempio, Tizio scommette al rialzo sul corso di 1.000 azioni Alfa al prezzo iniziale di 10 euro cadauno, versando un deposito iniziale di 1.000 euro, ovvero pari al 10% del totale. Ipotizziamo che alla chiusura del contratto, le 1.000 azioni siano scese a un prezzo cadauna di 2 euro. Ciò significa che il pacchetto azionario vale adesso nell’insieme 2.000 dollari. Tizio potrebbe pensare che la sua perdita massima sarebbe dei suddetti 1.000 euro versati, mentre egli è tenuto a saldare la differenza, ovvero a caricarsi della perdita complessiva accusata di 8.000 euro, dovendo così integrare il margine iniziale di altri 7.000 euro.

Ancora più rischiosa diventa la scommessa ribassista, che consiste nel vendere un titolo che non si possiede allo scoperto, facendoselo prestare, per esempio, da un broker. Visto che qui il trader guadagna dal calo dei prezzi del titolo, che potrà così riacquistare a un costo minore di quello a cui ha venduto inizialmente, qualora l’andamento del mercato andasse nella direzione opposta a quella desiderata, si rischierebbe di subire perdite potenzialmente illimitate, in quanto all’aumento di un prezzo non esiste tetto, contrariamente ai cali, che possono essere al massimo del 100%, ma non di più.

Se nell’esempio sopra svolto, Tizio scommettesse non al rialzo, ma al ribasso, vendendo 1.000 azioni allo scoperto a 10 euro ciascuna, ma al termine del contratto il prezzo dei titoli salisse, per ipotesi a 30 euro, a fronte di un incasso iniziale di 10.000 euro, dovrebbe spendere 30.000 euro per recuperare sul mercato i titoli da restituire al broker o eventualmente allo stesso acquirente. Nel caso di un contratto per differenza, quindi, quest’ultimo incasserà la differenza di 20.000 euro, pari alla variazione dei prezzi dei titoli durante il contratto, mentre il venditore dovrà sborsarla.

I Cfd presentano, quindi, rischi sia di sottovalutazione delle esposizioni, a causa dell’alto effetto leva spesso offerto da diversi contratti, sia di perdite anche illimitate, in termini percentuali rispetto al margine versato, in conseguenza dell’apertura di scommesse ribassiste. Si tratta di strumenti da maneggiare con cura e che dovrebbero essere evitati dai piccoli risparmiatori meno accorti.