Net Stable Funding Ratio

La crisi dei sistemi bancari esplosa nel 2007 con il crollo del mercato dei mutui subprime americano ha indotto il Comitato di Basilea a porre le basi per la nascita di un sistema finanziario mondiale più stabile e resistente ai casi di nuove crisi. Proprio quanto accaduto ha spinto governi e mercati a porre maggiore attenzione allo stato di liquidità delle banche, molte delle quali non si mostrarono capaci di fronteggiare imminenti obbligazioni con la crisi, nonostante possedessero ratio patrimoniali più che sufficienti.

Per questo, a partire dal 2015 è stata decisa l’introduzione del Liquidity Coverage Ratio, LCR, il cui obiettivo consiste nell’assicurarsi che un istituto di credito detenga asset liquidi capaci di fronteggiare scadenze entro l’arco del mese. Pertanto, si tratta sia di liquidità vera e propria, che di asset facilmente liquidabili senza incorrere in grosse perdite. L’ammontare di tali asset deve risultare non inferiore al 100% dei deflussi netti attesi nel periodo. Questi ultimi sono pari ai deflussi attesi al netto degli afflussi, il cui ammontare massimo è fissato nel 75% dei deflussi di cassa attesi. E a loro volta, i deflussi attesi vanno calcolati tenendo presente uno scenario di shock negativo, che contempli anche l’ipotesi di un bank run, la corsa agli sportelli dei risparmiatori per ritirare i propri depositi. Proprio questi vanno, per esempio, moltiplicati per un tasso di prelievo sufficientemente alto, in modo da tenere conto delle tensioni reali a cui una banca potrebbe incorrere sul piano della liquidità a breve.

Un altro indicatore è il Net Stable Funding Ratio. Si tratta della capacità della banca di resistere a eventuali crisi di liquidità, ma in un orizzonte temporale più ampio, ovvero di 12 mesi. Esso è dato dal rapporto tra l’ammontare disponibile di provvista stabile e l’ammontare obbligatorio di provvista stabile. Tale rapporto deve risultare superiore al 100%. Per provvista stabile si intende l’ammontare dei capitali a rischio e dei debiti contratti, che si ritiene costituiscano fonti affidabili su cui può fare leva la banca in una fase di stress prolungato. In altre parole, parliamo del capitale, delle azioni privilegiate con scadenza pari o superiore all’anno, passività con scadenza pari o superiore all’anno, dei depositi a vista per il funding di periodo non breve e della quota di funding wholesale per un periodo esteso.

Quanto all’ammontare obbligatorio, il riferimento è a quello richiesto dal regolatore alla banca, in funzione delle attività detenute e dalle esposizioni fuori bilancio, ovvero da attività meno liquidità, come azioni, obbligazioni, prestiti, immobili, partecipazioni e operazioni fuori bilancio. I vari valori contabili sono soggetti a un haircut, taglio nominale, da parte del Comitato di Basilea, a seconda della voce di bilancio a cui appartengono.

Detto questo, il Net Stable Funding Ratio si presta a diverse critiche. Partiamo da una premessa, la banca si pone quale obiettivo primario di fare profitti prestando denaro. In genere, essa presta a lungo termine e prende a prestito a breve termine. In sostanza, trasforma le scadenze e riesce per ciò stesso a maturarvici un margine, grazie a una curva dei tassi tendenzialmente sempre ripida. Con l’introduzione di questi indicatori, questi meccanismi vengono intaccati. Per esempio, la banca viene quasi forzata a prestare con scadenze non troppo dissimili da quelle dei prestiti ottenuti, ma ciò riduce il margine ottenuto dal core business e allo stesso tempo rischia anche di deprimere i prestiti nel loro complesso erogati. La banca potrebbe cercare, infatti, di concentrarsi sulle attività di credito meno rischiose, che nel caso dell’Italia sono diventate i titoli di stato, a discapito dei prestiti a famiglie e imprese, questi ultimi gravati da un tasso di deterioramento relativamente assai elevato nel confronto europeo e con il passato.

Non solo, l’indicatore, per quanto tenga conto degli scenari avversi, risulta improntato a una dose non minima di arbitrarietà. Si consideri, infatti, che se da un lato l’haircut punta ad anticipare il grado di rischio di ogni investimento nel caso di shock, dall’altro non sembra in grado di cogliere gli effettivi comportamenti del mercato in una fase negativa, se non di panico vero e proprio. Non sappiamo con certezza quanto sarebbe il tasso di prelievo dai conti correnti e deposito e come si comporterebbero azionisti e obbligazionisti.

Nonostante gli studi della Banca d’Italia abbiano trovato che le banche italiane dovrebbero mostrarsi abbastanza capaci di adempiere alle nuove previsioni internazionali, i rischi restano in agguato. Uno di questi consiste nel segmentare i mercati degli asset, con la conseguenza che quelli dei titoli meno liquidi vedano schizzare i rendimenti. Inoltre, le banche potrebbero essere indotte a dirottare i loro investimenti verso classi di asset meno soggette a vincoli, ma che non è detto rispondano alle loro effettive esigenze di liquidità. Paradossalmente, si finirebbe per fare loro assumere rischi eccessivi, quando la premessa iniziale sarebbe l’esatto contrario.