Grado di Capitalizzazione

In economia aziendale, il grado di capitalizzazione di un’impresa rappresenta il rapporto tra il capitale proprio e i mezzi di terzi. In sostanza, esso rappresenta il tasso di copertura delle passività contratte, per cui può anche essere interpretato come un indicatore della garanzia rivolta ai creditori. In effetti, un elevato grado di capitalizzazione per un’impresa implica che il capitale proprio riesca a coprire grande parte delle passività, ovvero i finanziamenti ottenuti da terzi tramite prestiti bancari o emissioni obbligazionarie, essenzialmente.

In teoria, il grado di capitalizzazione dovrebbe risultare superiore a 1, segnalando che il capitale proprio supera il valore dei mezzi di terzi. Questa sarebbe la condizione finanziaria migliore a cui punterebbe un creditore, in quanto avrebbe la certezza che il proprio credito venga onorato, anche espropriando nei casi estremi il patrimonio aziendale. A contrario, si ritiene che per un grado di capitalizzazione inferiore, grosso modo, a 0,6, il capitale proprio sia basso rispetto ai mezzi di terzi, ovvero che la copertura garantita ai creditori sia bassa. In effetti, il primo coprirebbe solo al 60% le passività, una misura insufficiente a rassicurare i creditori.

Tuttavia, va detto che non esistono misure uguali per tutte le realtà aziendali, perché molto dipende anche e dal comparto in cui si opera. Prendiamo le utility. Si tratta di aziende, che operano nella fornitura di servizi su vasta scala, i quali per essere erogati richiedono investimenti ingenti. Non sempre è possibile realizzarli solo con mezzi propri, anzi il ricorso all’indebitamento è quasi sempre una via obbligata. Pertanto, risulta che queste società siano mediamente più indebitate di altre attive in comparti differenti. Un esempio lampante è rappresentato dalle compagnie della luce o del telefono o del gas. Per portare l’energia elettrica nelle case di tutte le famiglie, serve installare migliaia di chilometri di tralicci e pali su tutto il territorio nazionale. Questo comporta investimenti enormi, che per essere effettuati necessitano quasi certamente di forme di indebitamento. Lo stesso dicasi per i recenti casi dei lavori per portare la fibra ottica e potenziare così la rete internet. Miliardi di euro necessari e probabili debiti da contrarre per un’operazione, che alla lunga si rivelerà certamente vincente.

Le utility, quindi, mostrano un grado di capitalizzazione molto basso, ovvero mezzi propri scarsi rispetto ai finanziamenti esterni. Non è un caso che si tratti anche di quelle società che beneficiano maggiormente delle fasi calanti dei tassi, mentre vengono esposte di più ai rischi derivanti dal rialzo dei tassi, in quanto gli interessi rappresentano una voce di spesa d’esercizio importante. Non solo molti debiti vengono contratti a tasso variabile, ma bisogna tenere conto che il debito di una società, una volta arrivato a scadenza, nella forma di un prestito bancario o di un bond da rimborsare, deve essere rifinanziato alle condizioni attuali del mercato, visto che difficilmente la società ha i mezzi per farlo attingendo alla liquidità disponibile o agli asset detenuti.

Altra questione riguarda, poi, se effettivamente un elevato grado di capitalizzazione debba essere interpretato sempre così positivamente. Se da un lato sarebbe scontato rispondere positivamente, dall’altro una società che detiene capitali propri relativamente elevati rispetto ai finanziamenti di terzi potrebbe segnalare la scarsa capacità di trovare creditori disponibili a erogarle denaro, magari perché il suo patrimonio è ritenuto poco solido o per una qualche problematica legata alla cattiva reputazione. Può anche accadere che una società sia poco indebitata, ma semplicemente perché non investe a sufficienza, e nemmeno questo sarebbe un segnale positio, perché gli investimenti, anche se nell’immediato prevedono costi, esborsi monetari superiori alle entrate, nel medio lungo termine vengono remunerati, se sono stati effettuati in maniera oculata, in più, essi sostengono la redditività delle stesse aziende.

Si pensi al caso delle compagnie telefoniche che investono nella fibra ottica. All’inizio, i pesanti esborsi per i lavori su ampie zone del territorio nazionale richiedono la contrazione di nuovi debiti, a fronte di ricavi inizialmente inalterati o poco variati. Con il tempo, l’investimento si presenta remunerativo, attirando clienti nuovi e spingendo quelli vecchi a passare verso forme contrattuali più proficue per l’azienda. Eppure, sul piano strettamente degli indicatori aziendali, una compagnia che avesse investito, verosimilmente a debito per la grande parte, risulterebbe finanziariamente meno equilibrata di chi fosse rimasto con le mani in mano e non avesse investito niente, magari impossibilitato dallo scarso accesso al credito.

Riassumendo, il grado di capitalizzazione di un’impresa è dato dal rapporto tra capitale proprio e mezzi di terzi. Se esso risulta relativamente elevato, tendenzialmente prossimo o superiore a 1, segnala ai creditori un’alta capacità dell’azienda di fronteggiare i suoi debiti. Al contrario, i creditori sono poco garantiti, specie per rapporti prossimi a 0. Infine, non è detto che il grado di capitalizzazione segnali una condizione ottimale per l’impresa, perché potrebbe riflettere pochi investimenti o scarso accesso al credito per problemi di reputazione.