Costo della Produzione

Il costo della produzione rappresenta tutti i costi che un’impresa deve sostenere per la produzione di un bene o l’erogazione di un servizio. Chiaramente, l’imprenditore ha tutta la convenienza a comprimerlo ai minimi termini, perché il suo profitto scaturisce dalla differenza tra i ricavi e i costi.

Rientrano tra i costi della produzione, quindi, gli stipendi pagati ai lavoratori, l’acquisto dei fattori necessari all’attività produttiva, il sostenimento delle utenze come luce, acqua, gas, ma anche il costo dell’affitto del capannone in cui avviene la produzione, la quota di ammortamento di oneri legati a investimenti.

I costi di produzione possono distinguersi in due categorie, fissi e variabili. I primi sono quei costi che non variano al variare delle quantità prodotte. Si pensi alla bolletta del telefono di un’azienda, che resta immutata indipendentemente dal livello produttivo, o al costo di acquisto dei macchinari, uguale che questi funzionino a pieno regime o che siano utilizzati solo per una frazione della loro capacità massima. Fino a un certo punto, anche parte del personale può considerarsi un costo fisso. Si pensi all’ufficio marketing di una società di abbigliamento, indipendentemente dal fatto che siano venduti 10000 o 1000 capi al giorno, il personale impiegato resterà verosimilmente lo stesso. Semmai, a risentire delle variazioni sarebbe il lavoro operaio, legato più direttamente alla funzione produttiva.

Al contrario, i costi variabili sono legati alla quantità da produrre. Le materie impiegate sono tipicamente costi variabili. Per esempio, se produco barrette di cioccolato, è evidente che la quantità di latte, di zucchero e di cacao, impiegata sarà proporzionale al numero di barrette prodotte.

Tutte le imprese sostengono costi sia fissi che variabili, ma in proporzione spesso molto differenti. In genere, un’impresa ordinaria affronta costi fissi per una porzione bassa dei costi totali, ma non sempre è così. Esistono alcuni tipi di mercati, per i quali gli investimenti iniziali sono molto alti e rappresentano una quota elevata dei costi complessivamente sostenuti nel corso di ogni singolo esercizio. L’esempio forse più estremo potrebbe essere quello di una società che costruisce un ponte di collegamento tra due città separate da un fiume o il mare e gestisce successivamente i pedaggi. Risulta essere evidente che il costo quasi totale che essa sostiene è quello legato alla costruzione dell’opera, mentre una volta che questa entra in funzione, bastano due caselli automatizzati ai suoi estremi e un minimo di manutenzione. La società dovrà sperare che sul ponte transiteranno quanti più veicoli possibili ogni giorno, perché così spalmerebbe l’altissimo costo iniziale su un numero maggiore di utenti, abbattendo il costo medio.

Un caso simile si ha con le aziende che operano nella telefonia e nel settore dell’energia. La aziende telefoniche e le società elettriche devono sostenere elevati costi infrastrutturali iniziali, tali per cui serve loro massimizzare il numero degli utenti, altrimenti il costo medio supererebbe il ricavo unitario e si andrebbe in perdita. Per queste realtà, si parla anche di monopolio naturale, ovvero non sarebbe possibile restare attivi e produrre in presenza di concorrenti, perché ogni società sosterrebbe costi superiori ai ricavi.

Quando i costi fissi costituiscono la parte preponderante dei costi totali, si parla anche di domanda subadditiva, ovvero siamo in presenza di costi marginali inferiori al costo medio. Visto che in un mercato concorrenziale il prezzo di equilibrio è quello per cui la domanda eguaglia l’offerta, e ciò si ha in corrispondenza al costo marginale, nel caso di un monopolio naturale, si avrebbe una perdita, per cui l’impresa dovrebbe ripiegare su una soluzione diversa, ovvero in corrispondenza del costo medio.

Con costi fissi elevati, quindi, all’impresa conviene produrre il più possibile e detenere una quota di mercato quanto più alta, in modo da incidere sui prezzi e tenerli più elevati di quelli che sarebbero in concorrenza perfetta. Visto che la compressione dei costi non è sempre percorribile, almeno non nel breve termine, vuoi per la rigidità dei salari verso il basso, vuoi perché rinegoziare i costi di tutti i fattori produttivi è legalmente ed economicamente un processo complicato, le imprese puntano il più delle volte a tenere alti i prezzi, senza soccombere alla concorrenza. Questo è possibile creando una propria nicchia, ovvero vendendo il proprio bene come qualcosa di diverso dagli altri, rendendolo riconoscibile e percepito positivamente dal consumatore. Per esempio, i loghi aiutano proprio a rendere un’auto, un capo di abbigliamento o un telefonino qualcosa di distinguibile dalla massa dei beni concorrenti. Per fare in modo che la percezione del consumatore verso il proprio prodotto sia positiva, si fa ricorso alla pubblicità, frutto di studiate campagne di marketing, che a loro volta incidono nel breve sui costi, ma che tendono a ripagarsi nel tempo, consentendo all’impresa di vendere a prezzi superiori rispetto agli altri produttori, verso cui la concorrenza si affievolisce, almeno fino a un certo punto. In questi casi, il prezzo di mercato sarà pari al costo medio più un certo margine, a sua volta dipendente dalla quota detenuta dall’impresa rispetto al mercato complessivo in cui il bene compete.