Capitale di Risparmio

Qualsiasi attività economica per essere operativa deve possedere un capitale, anche minimo. Quello iniziale è costituito dai conferimenti di tutti i soci o dell’imprenditore singolo, non necessariamente solo in denaro, ma anche in forma di crediti, beni mobili e immobili, titoli finanziari e rami d’azienda. Spesso il capitale proprio nemmeno risulta sufficiente per consentire all’azienda di nascere, per cui si fa ricorso all’indebitamento, il quale non va percepito necessariamente come un fatto negativo, sempre che si abbia un rapporto adeguato con il capitale proprio e si disponga di un piano sostenibile di rientro, altrimenti si rischia di zavorrare l’azienda ancora prima della fondazione, visto che, a differenza dei soci o degli apporti del singolo imprenditore, il capitale preso in prestito va remunerato necessariamente con il pagamento degli interessi.

Quando l’azienda inizia ad operare, però, il capitale iniziale non rimane fisso, ma tende a crescere con gli utili e a diminuire con le perdite. Assume in questa sede particolare importanza il capitale di risparmio. Esso consiste nell’accantonamento a riserva di tutti gli utili realizzati e non distribuiti. Facciamo un esempio, la società Alfa S.p.A. matura nell’esercizio 2017 un utile netto di 50 milioni di euro e decide di distribuirne ai soci 30 milioni, accantonando i restanti 20. Nel linguaggio finanziario, si suole affermare che il payout della società è stato del 60%.

Cerchiamo di capire perché un’azienda di qualsiasi natura dovrebbe rinunciare a distribuire utili ai soci. Gli utili realizzati e accantonati incrementano il patrimonio attivo aziendale e funzionano da autofinanziamento d’impresa. In un certo senso, l’azienda sta ponendo le basi per realizzare investimenti futuri senza dipendere eccessivamente da risorse di terzi o senza la necessità di varare una ricapitalizzazione, ovvero una richiesta di ulteriori capitali ai soci. Non solo, perché l’accantonamento degli utili segnala al mercato una maggiore solidità patrimoniale, un fatto che viene apprezzato sia da chi opera in borsa che da chi effettua prestiti. Poniamo che la stessa società di cui sopra, che ha al suo attivo utili non distribuiti di 20 milioni e un capitale iniziale di 50 milioni, si rivolga a una banca per effettuare un investimento per ammodernare i propri impianti e rendersi più efficiente nella produzione. Importante sarebbe per la banca verificare che la società ha una certa patrimonializzazione. Attenzione, perché i digiuni di economia aziendale potrebbero credere che gli utili accantonati siano liquidità prontamente disponibile, cosa che potrebbe essere vera solo in rari casi. Nessuna azienda trova conveniente detenere liquidità, quando ha la necessità di gestire al meglio le proprie finanze, minimizzando gli sprechi e massimizzando i profitti. Gli utili non accantonati rappresentano spesso una parte di un macchinario, di un capannone, insomma asset tangibili e non. Difficile che siano denaro depositato in un conto, specialmente in forma infruttifera.

Qualcuno si chiederà perché non accantonare tutti gli utili o la quasi totalità di essi. Nemmeno questa strategia sarebbe sensata. Chi investe in una società lo fa a titolo di rischio, ma evidentemente punta a ottenere un beneficio dalla distribuzione dei risultati aziendali ottenuti di periodo in periodo, oltre che dall’eventuale rivendita delle proprie quote in un periodo successivo. Se una società quotata in borsa annunciasse l’azzeramento dei dividendi per un certo numero di anni, presumibilmente nessuno acquisterebbe il suo titolo, perché sconterebbe un beneficio nullo dallo stacco mancato della cedola annuale. Certo, con il tempo si noterebbe una risalita dello stesso titolo, quando il mercato inizia a scontare la maggiore patrimonializzazione, grazie all’aumento del capitale proprio.

Pertanto, deve sussistere il giusto equilibrio tra capitale proprio o autofinanziamento d’impresa e la necessità di remunerare il capitale investito. Per le realtà societarie di capitali questo significa tenere conto degli umori del mercato, che generalmente si mostra abbastanza interessato a guadagni immediati, ma è anche vero che una gestione oculata implica la necessità di attuare piani a medio lungo termine.

Sempre in economia aziendale si è soliti sostenere che anche gli accantonamenti a T.F.R. equivalgano per l’impresa a una forma di autofinanziamento, in quanto la costringono a mettere da parte risorse da destinare ai dipendenti quando avverrà la cessazione del rapporto lavorativo. Così è, in effetti, tranne che l’azienda non scelga di stringere coperture assicurative appositine, le quali comportano un esborso monetario periodico.

In definitiva, il capitale proprio dovrebbe essere sempre presente in una società, perché allenta la dipendenza dalle risorse esterne in caso di investimenti o, comunque, rende più agevole l’ottenimento di credito, segnalando una maggiore robustezza patrimoniale. Non bisogna esagerare, come detto, perché si rischia altrimenti la sfiducia del mercato per le società dei capitali.